Migotto Anna - Miretti Stefania, Generazione Daesh

"Left", n.26, luglio 2017, p. 38-41.

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"Left", n.26, luglio 2017, p. 38-41.
 Articoli di riviste Pubblicato il 11/07/2017
Le autrici dell'articolo Migotto e Miretti mettono in evidenza come alcuni giovani tunisini che sembrano avere tutto dalla vita, un sogno da coltivare o una promettente carriera, all'improvviso abbandonano tutto: fidanzate, fratelli, madri, amici, attività sportive. Da un giorno all'altro iniziano a credere alle premesse farneticanti di imam aderenti all'Isis e si uniscono all'esercito del Califfato con la smania di giungere ad una morte certa. Questo è il filo conduttore che unisce le storie di Bilal (laureato in manegement), Youssef (fratello del rapper tunisino Dj Costa, Youssef seguiva il fratello a tutti i suoi concerti finché improvvisamente smette di rivolgergli la parola e la musica diventa per lui haram-peccato), Sifeddine (giovane ingegnere e provetto ballerino di break-dance) e Ghofran e Rahma (ex majiorettes). La Turchia costituisce un vero e proprio paradosso: da un lato è il paese musulmano storicamente più vicino all'Europa, dall'altro è anche quello che ha fornito il maggior numero di giovanissimi combattenti al sedicente Stato islamico. Migotto e Miretti sono interessate a comprendere come un giovane possa passare da una situazione di normalità a una di odio e smania di morire. Ed è evidente secondo le autrici che ci si trovi di fronte a un gruppo di generazioni capaci di passare rapidamente dall'inseguimento di un identità globale all'ossessione identitaria. Non sono più aspiranti cittadini del mondo ma alla ricerca di un identità forte di tipo tradizionalista e per questo in continua polemica con i padri accusati di essersi troppo allontanati dalla tradizione e di aver perso la loro autorevolezza pubblica. Tutto ciò si verifica di solito in un momento di crisi economica. Secondo Migotto e Miretti ai ragazzi di oggi viene offerto unicamente disoccupazione, corruzione e ingiustizia e quindi non c'è da stupirsi che la religione, così piena di promesse appaia ai loro occhi tanto seducente. Ed è proprio su questo che l'Islam radicale gioca la sua partita. Le autrici concludono citando anche la testimonianza di coloro che sono riusciti a venirne fuori. E' il caso di Abderhamen, aspirante militante che grazie ai suoi studi di teologia è riuscito non senza qualche difficoltà ad attuare un distacco critico da quel mondo. Sembra che adottare tale atteggiamento sia l'unica maniera per non incappare nel fanatismo.

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